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Gli immigrati sono ancora sottovalutati come clienti

L’afflusso di immigrati (richiedenti asilo e rifugiati) si è accentuato per il persistere di situazioni politiche molto gravi nell’area del Mediterraneo. Se molti di loro sono in transito, altri rimarranno qui. Essi si aggiungono ai quasi 6 milioni di stranieri stabilmente residenti, di cui l‘81% proveniente soprattutto da 19 stati (Romania, Albania, Marocco, Cina, Moldavia, Filippine, India, Ucraina, Ecuador, Peru, Tunisia, Pakistan, Macedonia, Egitto, Bangladesh, Senegal, Nigeria, Polonia, Ghana). L’Italia si classifica al diciottesimo posto nella Ue per numero di immigrati rispetto al totale della popolazione residente. Ci sono alcuni dati su cui riflettere: l’età media degli immigrati è molto bassa (32,5 anni rispetto ai 44,3 degli italiani); nella scuola dell’obbligo sono oltre il 10% della popolazione e sono perfettamente bilingui; quanto a istruzione il dato Istat segnala che il 38,9% della popolazione straniera ha un diploma (39,4% per la popolazione italiana), mentre il 10,2% ha la laurea (12,5% per gli italiani). Il reddito varia molto rispetto agli anni di permanenza in Italia e alla stabilità del lavoro (ma pesa anche, per il lavoro più quaificato, il mancato riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero) e differisce dal reddito degli italiani anche per un punto importantissimo: è per il 90% dato dal reddito da lavoro, mentre gli italiani possono contare anche sul reddito da capitale e pensioni. Va messa in considerazione anche la proprietà dell’abitazione (76,6% di italiani sono proprietari). La gdo è stata ampiamente battuta sul tempo dalle banche nel considerare gli immigrati come clienti; non solo è nata Extrabanca, pensata per offrire servizi finanziari su misura per i nuovi cittadini (dal money transfer al conto corrente, al mutuo, al risparmio gestito che diventano realtà anche per loro), ma tutti gli istituti di credito si sono attrezzati in questo senso. La gdo ha recepito solo alcune punte del fenomeno etnico: la carne halal, frutta esotica, la birra cinese e poco altro. Tutto sommato un’offerta povera rispetto al potenziale di acquisto degli italiani. Sì proprio degli italiani, perché in realtà gli immigrati si sono immediatamente adattati a fare la spesa al discount, o al supermercato, mettendo nel carrello private label tanto quanto industria di marca, ovvero qualunque prodotto purché lecito (per i dettami del Corano, così come per altre religioni). Invece agli italiani piace l’esotico. Dal kebab al chiringuito, al ristorante fusion chic, tutti frequentati da italiani come i negozi che vendono le più disparate mercanzie etnico-equosolidali. In pratica è avvenuta un’integrazione naturale. La gdo si è accorta di questi nuovi consumatori? Forse non parlano ancora bene l’italiano, ma hanno tutti lo smartphone, sono sensibili allo sconto e ancora di più alle raccolte punti. Ci sono nuove case da arredare (Ikea l’ha capito da anni) e gadget che i figli vogliono (anche loro raccolgono i Rollinz).

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