Agenzie di comunicazione, senza imprese capaci di formare i talenti il settore rischia di impoverirsi

Peo Nascimben09/07/2026

Il mercato italiano delle agenzie di marketing e comunicazione continua ad aumentare di dimensioni, migliora sotto il profilo della solidità finanziaria e mostra segnali sempre più evidenti di consolidamento. Allo stesso tempo, però, resta caratterizzato da una frammentazione che rappresenta una delle principali criticità per lo sviluppo del comparto. È questo il quadro delineato dal Rapporto Pma 2025-2026, realizzato da Strategie per Agenzie, che analizza struttura, performance economiche e prospettive delle piccole e medie imprese della comunicazione italiana.

Lo studio fotografa un universo composto da 43.453 imprese attive, in crescita del 14,6% rispetto al 2017, distinguendo però tra circa 18.000 agenzie “pure” e un mercato più ampio che comprende consulenti digitali, studi di design, software house e professionisti specializzati. Considerando anche freelance e operatori non censiti come società, il comparto coinvolge complessivamente tra 150.000 e 200.000 professionisti, confermandosi uno dei principali bacini occupazionali dell’economia della conoscenza.

La crescita numerica, tuttavia, non coincide automaticamente con una maggiore maturità imprenditoriale. Il rapporto evidenzia infatti come il settore sia caratterizzato da un elevato ricambio aziendale: l’aumento netto delle imprese registrato negli ultimi anni è il risultato di una continua alternanza tra nuove aperture e cessazioni di attività. Secondo le elaborazioni riportate nello studio, tra il 37% e il 40% delle nuove imprese di servizi chiude infatti entro i primi cinque anni di vita.

Il tessuto produttivo continua inoltre a essere estremamente polverizzato. Ben l’88,6% delle agenzie impiega meno di 4 dipendenti, mentre soltanto 1.874 imprese superano il milione di euro di fatturato: dato comunque in crescita di oltre il 40% rispetto al 2023. Un segnale importante, perché testimonia come stia progressivamente aumentando il numero delle realtà capaci di evolvere verso modelli organizzativi più strutturati.

Parallelamente emergono differenze molto marcate sotto il profilo della produttività. Il fatturato medio per addetto raggiunge 70.970 euro, superiore alla media nazionale dei servizi, ma ancora distante dagli 85.000 euro registrati nel comparto ict. Ancora più evidente è il divario tra le imprese: mentre le agenzie milanesi di maggiori dimensioni arrivano mediamente a 150.000 euro di fatturato per addetto, numerose microstrutture si fermano tra 30 e 35.000 euro, sottolineando una capacità molto diversa di trasformare competenze e creatività in valore economico.

Lo studio dedica ampio spazio anche alla distribuzione territoriale del comparto. Lombardia e Lazio concentrano insieme quasi il 60% del mercato, con Milano che guida la classifica nazionale davanti a Roma, Napoli, Torino e Brescia. Quest’ultima rappresenta un caso particolarmente interessante per la densità di imprese clienti con elevata capacità di investimento rispetto al numero di agenzie presenti sul territorio.

Sotto il profilo economico-finanziario il comparto presenta un quadro complessivamente positivo. La redditività media si attesta al 5,53%, mentre la maggior parte delle imprese si colloca nelle classi di rating considerate investment grade, a conferma di una buona affidabilità creditizia. Permangono tuttavia differenze profonde tra le realtà che operano secondo modelli ancora fortemente artigianali e quelle che hanno avviato un percorso di managerializzazione, standardizzazione dei processi e progressiva “prodottizzazione” dei servizi.

Anche la filiera continua a presentare caratteristiche peculiari. Il rapporto evidenzia come la differenza tra gli investimenti pubblicitari rilevati da Nielsen, pari a circa 9,6 miliardi di euro, e il fatturato complessivo registrato dalle Camere di Commercio, pari a 21,3 miliardi, sia spiegata dai numerosi passaggi intermedi che caratterizzano il mercato. Molte agenzie, infatti, operano come fornitori di altre strutture prima di arrivare al cliente finale, generando un effetto moltiplicatore dei ricavi lungo la catena del valore.

Dal punto di vista delle specializzazioni, le agenzie pubblicitarie rappresentano ancora la componente principale del mercato con il 37,36%, seguite dalle imprese che operano nello sviluppo software e nella consulenza informatica (17,31%), dal design (11,39%) e dalla consulenza manageriale (9,11%). L’introduzione dei nuovi codici Ateco dedicati ai social media manager e all’influencer marketing consentirà inoltre di misurare con maggiore precisione il peso di professioni digitali che non possono già più essere considerate emergenti.

Tra le evidenze più interessanti emerge anche una certa distanza tra la percezione delle agenzie e le aspettative delle imprese clienti. Le aziende attribuiscono infatti maggiore valore all’esperienza nel settore, ai casi di successo, alla rapidità di risposta e alla coerenza economica delle offerte, mentre molte agenzie continuano a considerare la reputazione e il passaparola come i principali fattori competitivi. Una divergenza che suggerisce l’esigenza di modelli commerciali più evoluti e maggiormente orientati alle reali esigenze del mercato.

Un altro elemento destinato a ridisegnare il comparto riguarda il consolidamento industriale. Il mercato delle fusioni e acquisizioni registra ormai ogni anno decine di operazioni su aziende strutturate e migliaia di microacquisizioni riguardanti realtà di dimensioni più contenute. Parallelamente, l’intelligenza artificiale sta accelerando la trasformazione dei modelli organizzativi, consentendo alle imprese più evolute di aumentare la produttività senza una crescita proporzionale degli organici e di trasformare servizi tradizionalmente artigianali in prodotti scalabili.

Se questi indicatori restituiscono un settore in progressiva evoluzione, la fotografia complessiva suggerisce anche una riflessione sul ruolo che le agenzie svolgono nello sviluppo della professione.

Per molti anni le grandi agenzie italiane hanno rappresentato vere e proprie scuole di formazione. Al loro interno si costruivano competenze, si trasmettevano metodi di lavoro, si sviluppavano figure manageriali e creative destinate poi ad alimentare l’intero mercato. L’attuale configurazione del settore, dominata da una moltitudine di microimprese, rende inevitabilmente più complesso replicare quel modello.

Una struttura composta prevalentemente da organizzazioni con pochi addetti dispone infatti di risorse più limitate da destinare alla formazione continua, alla crescita interna delle persone e alla costruzione di percorsi professionali di medio-lungo periodo. Ne consegue una maggiore mobilità dei professionisti, una diffusione più rapida delle competenze specialistiche ma, al tempo stesso, una minore capacità del sistema di consolidare cultura d’impresa, leadership manageriali e know-how organizzativo.

La progressiva polverizzazione del comparto produce quindi effetti che vanno oltre la semplice dimensione economica. Quando la maggior parte delle imprese opera con strutture molto ridotte, diventa inevitabilmente più difficile investire in ricerca, sperimentazione, sviluppo di metodologie proprietarie e formazione delle nuove generazioni di professionisti. Il rischio non è tanto una riduzione della qualità individuale (il mercato italiano continua infatti a esprimere eccellenti creativi, strategist e specialisti digitali) quanto una minore capacità di trasformare queste competenze in patrimonio condiviso del settore.

In questo scenario assumono un’importanza crescente le agenzie che riescono a superare la dimensione artigianale per diventare imprese organizzate. Non soltanto perché generano risultati economici più solidi o possono risultare maggiormente attrattive per investitori e operazioni di m&a, ma perché rappresentano gli ambienti nei quali è possibile costruire competenze manageriali, trasferire esperienza tra generazioni diverse e valorizzare il merito attraverso percorsi di crescita strutturati.

La vera sfida che emerge dal Rapporto Pma 2025-2026 riguarda l’evoluzione organizzativa delle agenzie. Un comparto più concentrato, più manageriale e maggiormente orientato agli investimenti sul capitale umano avrebbe infatti maggiori possibilità di competere a livello internazionale, trattenere i migliori talenti e restituire alle agenzie quel ruolo di laboratorio professionale che, storicamente, ha contribuito alla crescita dell’intera comunicazione italiana. E se il mercato sarà sempre più influenzato dall’intelligenza artificiale, saranno le imprese capaci di far crescere le persone a determinare il futuro del settore.

Peo Nascimben

Ha lavorato nelle più importanti agenzie di comunicazione e promozione italiane come project leader, amministratore, bu director e strategic planner. Oggi è consulente strategico di primarie aziende e agenzie.