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La definizione dei limiti costituisce la base per l’esistenza di una nazione

Foto di Matteo Penna, da Flickr

La derivata è il limite del rapporto incrementale. Fu Gottfried Leibnitz a formalizzare questo concetto, che per secoli fu presente nei ragionamenti di filosofi e matematici. In breve, qual è il punto in cui la tendenza di un fenomeno raggiunge un massimo o un minimo per poi invertirsi? E come prevederlo se il cambiamento procede per incrementi sempre più piccoli fino a diventare infinitesimali?
Il calcolo del limite attribuisce significato a ogni fenomeno fisico o biologico. Tuttavia, il limite del rapporto incrementale, sia pur in forma diversa, ha un significato anche nel campo del sociale. Infatti, non è mai esistita una civiltà che non sia nata definendo dei propri limiti. Romolo uccise Remo per aver saltato il solco “ab urbe condita”. Un generale di Adriano decise, un giorno, che il vallo sarebbe stato eretto là dov’è rimasto, né 5 metri oltre né 5 metri indietro. Il governo della Ddr prese atto il 9 novembre 1989 che il muro di Berlino si poteva abbattere senza più uccidere nessuno. I limiti definiscono l’esistenza di una nazione e sono curve di spessore infinitesimale, al di là e al di qua delle quali vigono regole spesso profondamente diverse. Tutte le civiltà hanno posto limiti anche ai comportamenti pubblici e individuali: non ci si può accoppiare tra fratelli e sorelle e neppure con la madre, né con il padre né con animali. Non si possono usare frasi e parole interpretabili come un’offesa. Non ci si può mostrare nudi in pubblico e così via. Tutto ciò sapendo che questi limiti possono non valere in altre civiltà, che pur stabiliscono altri tabù di natura tribale o religiosa. Orbene, il disagio che stiamo vivendo oggi (e tante volte è successo anche in passato) deriva dalla perduta condivisione di diversi limiti entro cui si svolgeva la nostra esistenza. L’irrazionalità predomina nei dibattiti di cui si pasce il grande pubblico. In tutti si evita, infatti, la domanda fatale: sin dove si spinge la “normalità”, cioè tutto ciò che rientra nei limiti accettabili dai più ed è dunque lecito? Dove inizia l’eversione o il disordine disintegratore? Prendiamo le unioni di fatto, che rivendicano uno status equivalente alle coppie eterosessuali. Il “Mirror” del 24 aprile 2014 raccontava il matrimonio di Doll, Kitten e Brynn, 3 lesbiche inglesi, una delle quali in stato di gravidanza grazie all’inseminazione artificiale. Quell’unione o “throuple” oltrepassa il limite oltre il quale la definizione di matrimonio non è più valida? E se le 3 signore si innamorassero di una quarta fanciulla, potrebbero celebrare un altro matrimonio? E se s’innamorassero di nuovo di uomo? E il figlio di una delle 3 (domani 4) godrebbe per legge di diritti analoghi a quelli che spettano al figlio di una coppia uomo-donna? E se nascesse un figlio alla sposa n. 2, sarebbero i nati da considerarsi fratelli? E cosa accadrebbe se avvenisse un divorzio? E tutto ciò che relazione avrebbe con il reato di bigamia previsto per le coppie eterosessuali? In sintesi dove dovrebbe porre il limite il legislatore? O dovremmo ipotizzare il no-limits, cioè l’abolizione totale del diritto familiare?

È chiaro che se la legge dovesse normare ogni caso specifico (reso pubblico dai media) tutto sarebbe molto facile. Purtroppo la legge nei paesi civilizzati deve essere valida per tutti e prevedere anche ciò che non è accaduto, ma che potrebbe accadere. Quindi, stanti le cose, è probabile che si continuino a ritenere “oltre il limite” le unioni di 4, 5 e più individui. Le ragioni, più che morali, sono prosaicamente economiche. Come dividere le eredità? Come trattare la reversibilità pensionistica? Come calcolare l’imposizione fiscale?

Un altro limite in discussione riguarda l’eutanasia. Là dove non esiste neppure il testamento biologico, chi può decidere di sopprimere un essere umano incosciente? Chi stabilisce se l’individuo è morto pur essendo vivo? Quale grado di sofferenza giustifica un intervento “pietoso”? “The New Scientist” del 4 febbraio 2017 riporta i dati di una ricerca su individui totalmente paralizzati, i quali interrogati con nuove metodologie affermano che la loro vita vale la pena di essere vissuta. “They say that life is wonderful,” afferma il dr. Niels Birbaumer del Wyss Center di Ginevra.

Dunque i genitori di un neonato affetto da focomelia, che lo rendono privo di braccia e di gambe, possono decidere che quella sarà una vita di sofferenza indegna di essere vissuta? Possono dei genitori chiedere a dei medici di sopprimere il loro figlio affetto da gravissime patologie com’è accaduto in Belgio? E debbono i medici esaudire quella richiesta? E in quali circostanze? Se si chiedesse l’eutanasia per un anziano gravemente ammalato e qualcuno avanzasse il sospetto che dietro una fine prematura ci sia il desiderio di accedere a una lauta eredità? E se un individuo disperato per aver perso figli per malattie e il benessere per un fallimento dichiarasse che la sua vita non ha senso e che la sofferenza psicologica è insopportabile, si dovrebbe concedergli il suicidio assistito? Tanti che parlano, invece di pensare, sembrano ignorare che una legge deve valere appunto erga omnes e che una volta stabilito un principio resta da decidere a quali casi si applica e dunque il “limite” della sua validità; ed è questa la cosa veramente difficile da farsi. Ho parlato della morte. Parlerò della nascita. Oggi sembra ovvio che la maternità surrogata sia un diritto “naturale” osteggiato solo da preti e da ottusi “reazionari”. Parliamo di ovuli donati e fecondati con lo sperma di qualcuno. Impiantati in un’altra donna, danno luogo al concepimento di un essere umano, che sarà ceduto ad altri. Ma a che età potrà una donna partorire per altri, dietro pagamento? A 18 anni? E quante volte potrà ripetere il parto? 9, 12, 15 volte? E se dovesse morire? E se decidesse di tenere il figlio? E se, com’è accaduto alla 21enne Pattaramon Chanbua, nascesse un bimbo Down e i genitori rifiutassero di acquistare l’oggetto del loro desiderio? Qual è il limite del rapporto incrementale della maternità surrogata? Infine, veniamo all’economia. Si è scritto che nel 2013 sono arrivati in Italia 42.925 migranti: poi 170.081 nel 2014, 153.842 nel 2015, 181.405 nel 2016, e potrebbero essere 200.000 circa nel 2017. La derivata seconda è positiva; il fenomeno accelera. Ma sino a quando? Potrà l’Italia accoglierne 2 milioni entro i suoi limiti (sociali, culturali, economici) odierni? E se fossero 3 milioni, o 4? E quali effetti ci sarebbero sul piano dell’integrazione, se è vero che il 90% di essi è maschio, di scarsa cultura professionale e poverissimo? E quali diritti concedere loro, oltre a quello, primo fra tutti, di chiamare una convivente di sesso femminile? Detto tutto ciò, il termine che dovremmo riscoprire e utilizzare è “anomia” che, rileggendo Talcott Parsons, identifica una stato in cui, piano piano, a lungo andare, si giunge alla “war-of-all-against-all” e, al termine di sofferti psychological reaction patterns, alla dictatorship o comunque a un regime autoritario: il punto limite del rapporto incrementale, come si diceva.

Daniele Tirelli

www.danieletirelli.it (Amagi)

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