Attivismo aziendale? Sì se collegato alle performance

Nel 2025, secondo il Future of Jobs Report del Word Economic Forum, il 20% delle aziende aveva in previsione di ridurre il budget dedicato alla de&i (diversity, equity & inclusion) e solo il 56% sceglieva di mantenere un piano attivo. Le cause principali, secondo una ricerca di Iziwork, erano imputabili a pressioni economiche e necessità di contenimento dei costi, difficoltà nel misurare il ritorno dell’investimento (roi), e un focus crescente su produttività e risultati di breve termine. Tuttavia, secondo una ricerca di Mindwork, l’81% delle imprese in Italia ha previsto di proseguire i suoi investimenti in de&i legandola sempre più alla strategia aziendale e collegandola in modo più diretto alla performance.

In questo contesto, in cui le aziende sembrano aspettare che la tempesta conservatrice passi, forte è lo stupore per la campagna di corporate activism di Almo Nature, contro la caccia. L’attivismo aziendale è un fenomeno relativamente nuovo, spesso di stampo progressista che tratta temi che alcuni direbbero divisivi su disuguaglianze sociali, impatto ambientale, temi etnici. Nel caso in questione la campagna si oppone a un disegno di legge che mira ad ampliare la caccia, riducendo aree protette e prolungando la stagione venatoria. Il messaggio è veicolato da uno spot in cui un cane ferma il gesto del cacciatore, invitando alla riflessione. A supporto, una petizione nazionale rivolta ai cittadini e ai parlamentari che in meno di un mese ha raccolto oltre 70.000 firme. Senza entrare nel merito della questione, l’iniziativa è molto interessante.

L’attivismo aziendale è spesso reattivo, più risposta a eventi che frutto di una strategia di lungo periodo. In questo caso, la campagna nasce sì come reazione a una proposta legislativa, ma si inserisce in una narrativa coerente con la missione dell’azienda: difesa degli animali e dell’ambiente. Un equilibrio tra urgenza e valori di fondo che diventa cruciale per evitare accuse di opportunismo (che hanno comunque colpito il brand) e che ricorda ancora una volta come sia fondamentale la coerenza tra ciò che cisi dichiara, ovvero come si vuole essere percepiti e ciò che si fa. Non basta prendere posizione: il modo in cui la si formula è determinante. Trasparenza e continuità dei messaggi sono essenziali per mantenere credibilità. Almo Nature, con il suo modello di impresa benefit e il reinvestimento dei profitti, sembra voler anticipare le aspettative dei consumatori, posizionandosi come attore attivo nella transizione verso una maggiore responsabilità ambientale. Certo il rischio di polarizzazione e di essere accusati di “activism-washing” è dietro l’angolo, sappiamo che il confine tra impegno autentico e marketing è sottile e richiede coerenza strategica. Secondo l’Osservatorio Civic Brands, il 63% degli italiani ritiene che le aziende debbano agire su questioni sociali, mentre il 43% ha smesso di acquistare da brand percepiti come incoerenti. Il contesto è chiaro: il pubblico premia chi prende posizione, ma punisce chi lo fa senza coerenza.

M'Buyi Wa Kalombo