Il recente saggio “Economia della longevità” (Franco Angeli, 2026) è un’opera corale a cui hanno contribuito ben 13 autori sotto la guida di due coordinatori Paolo Iacci e Enrico Sassoon. Un impegno a cui hanno partecipato diversi specialisti giacché la longevità ha molti volti e ha impatti rilevanti in tanti contesti.
L’allungamento della vita è un dono del ‘900 che ha creato le condizioni per una migliore qualità della vita (per esempio case riscaldate, disponibilità di acqua potabile corrente, principi di igiene diffusi), sicurezza alimentare e qualità della nutrizione disponibile in adeguate dosi e con una discreta varietà di prodotti, istituzione di ospedali e di un sistema sanitario per tutti, accessibilità alle cure e grandi scoperte dell’industria farmaceutica, istruzione obbligatoria che ha reso le persone più consapevoli e capaci di scelte razionali.
L’elenco di tutto quello che è diventato migliore e possibile è assai lungo e nonostante il ‘900 sia stato un secolo problematico e persino crudele (Eric J. Hobsbawm l’ha definito “Il secolo breve” e nel suo excursus storico ne ha tracciato e documentato ogni aspetto) alla fine ci ha fatto dono di una concreta aspettativa di vita. Un allungamento degli anni da vivere dopo quella età, i 65 anni, che sono ancora oggi presi come limite fra vita lavorativa e vita in pensione.
Le riforme previdenziali hanno dovuto alzare la date dell’uscita dal mondo del lavoro per uomini e donne, ma se prima la pensione era un taglio netto con la vita attiva, oggi sta assumendo ben altre caratteristiche. Le persone si riconoscono in vari ruoli: gestori del loro patrimonio mobiliare e immobiliare, consumatori attenti alle nuove proposte di prodotti e servizi, caregiver e apportatori di aiuto concreto ai figli e nipoti o ad altri membri della famiglia, cittadini attivi e informati, volontari nel non-profit. viaggiatori curiosi e talvolta trasmettitori di un sapere che hanno contribuito a plasmare, così tornano in azienda o in contesti di studio come tutor.
Insomma la longevità da parametro, da indicatore noto agli studiosi di demografia è diventata paradigma, uno schema con cui tutti si devono confrontare per definire strategie nel campo dell’istruzione, del lavoro, della sanità, del welfare, della produzione e distribuzione di beni e servizi, della tecnologia, della mobilità e in tanti altri contesti.
La coralità dei contributi a cui il libro dà ampio spazio consente proprio un excursus sistematico pur mantenendo un focus sul mondo del lavoro giacché l’altra faccia della longevità è la mancanza di ricambio generazionale, meno figli, meno nuove forze che entrano nel mondo del lavoro. Per chi va in pensione con un bagaglio di competenze, conoscenze ed esperienze si possono aprire altri 10/15 anni di contributo attivo, soprattutto se per tempo le aziende avessero adottato forme di apprendimento e di aggiornamento continuo.
Non va dimenticato che nelle pmi, soprattutto quelle familiari, ancora oggi il passaggio generazionale non è semplice e chi ha fondato l’azienda è spesso riluttante a lasciare il comando. Nelle aziende più grandi le strategie di “Diversity-Equity-Inclusion” già fa qualche anno stanno tracciando la rotta per dare valore all’età evitando sia l’obsolescenza delle conoscenze più esposte ai progressi tecnico-scientifici sia riprogrammando le carriere talvolta allungandole con soluzioni di lavoro flessibile o di ritorno in azienda come tutor, o ancora rendendo possibili “portafogli di carriere” che consentono di cambiare identità professionale come suggerisce Marco Bentivogli. In questo ambito i contributi dati dai coautori del libro sono davvero vari e ben documentati.
Fissiamo qualche dato Istat (anche se in realtà cambiano continuamente). Ci sono 14,6 milioni di cittadini che potremmo definire “nuovi” italiani, sono gli over 65enni che insieme a 23.548 centenari condividono per la prima volta la condizione di longevità attiva, hanno un reddito sicuro (da pensione o da altre fonti) e hanno accesso all’economia della longevità pensata per loro. Le aziende industriali di marca, i retailer e tutto l’insieme dei servizi hanno saputo padroneggiare bene il sostanziale cambiamento demografico. Sono nati interi comparti dedicati alla definizione di servizi e prodotti a loro misura, ma per non ghettizzarli in categorie piene di stereotipi, sono pensati per un iter fluido di avvicinamento all’età avanzata, in pratica si comincia da giovani e si resta giovani a lungo. In questo l’Italia potrebbe essere un paese apripista nelle politiche rivolte agli anziani giacché ha una delle popolazioni al mondo più longeve, con alta aspettativa di vita, ma appunto potrebbe. Il futuro non è così chiaro e con prospettive positive se guardiamo ai circa 10 milioni di cittadini nella fascia d’età fra i 50 e i 64 anni, persone che hanno ancora davanti circa 15/20 anni di lavoro e rischiano la marginalizzazione e il precariato poiché manca sostanzialmente una cultura della gestione di questo personale maturo. Si rinuncia a competenze e soft skill a favore di prepensionamenti che però non preludono ad assunzioni in sostituzione dei posti liberati.
L’intervento di Emanuela Salati è fra i più incisivi del libro poiché smonta tutti i preconcetti e le storture sull’età facendo ricorso alle neuroscienze, all’apporto di ricerche per spiegare quali sono le reali capacità cognitive degli anziani. In alcuni paesi del Nord Europa e in Giappone, teorie e pratiche di rivalorizzazione dei lavoratori anziani, a qualunque livello operino, sono molto avanzate. L’Italia sconta una ben nota rigidità del mondo del lavoro che sta diventando un boomerang.
Il dato Istat indica che al 31 dicembre 2024 l’età media della popolazione è pari a 46,9 anni, non ci sono quindi forze giovani disponibili, il “successful ageing at work” determinerà le scelte di politica del lavoro delle aziende italiane, del welfare e a cascata di tutto quello che concerne la vita al lavoro e oltre il lavoro.

