Dopo i born to work e i born to enjoy, ora è sbooming!

A rischio di essere sommerso di critiche, lasciate che spieghi la mia visione dello “sbooming” italiano: l’attuale e futura disgregazione della ricchezza accumulata dalle famiglie italiane e il suo progressivo trasferimento verso nuove famiglie originariamente straniere. Un processo generazionale iniziato con i “costruttori” del dopoguerra, i “born to work” che, attraverso risparmi feroci, costruirono le premesse esistenziali per i loro figli, i “born to consume”. A loro volta, i boomer, prima generazione consumistica, diedero vita ai propri “born to shop”, a loro volta genitori degli attuali “born to enjoy”. Naturalmente i confini tra queste attitudini sono fluidi, ma ciò non toglie che la composizione del mainstream vada lentamente mutando in quelle direzioni, segnando il passaggio da modelli esistenziali familistici ad approcci fortemente individualisti.

Insomma, l’Italia è, in questo, in linea, sia pur con l’abituale ritardo, con tutto il mondo occidentale. Chiariamo dicendo che inizialmente il sistema familiare (1945-1965) funzionava pressappoco così: i veterani/ricostruttori reduci dalla guerra erano orientati alla famiglia come progetto transgenerazionale. La quasi totalità dei cattolici e dei socialcomunisti italiani (questi ultimi interpretabili come corrente ereticale del cristianesimo moderno) condividevano la centralità familiare, caratterizzata dall’autorità patriarcale ereditata principalmente dalla società agricola e in minor misura da quella monarchica e borghese, dal principio del sacrificio altruistico genitoriale, dal risparmio e dall’accumulo finalizzati alla trasmissione intergenerazionale delle risorse necessarie a sopravanzare l’atavico stato di mera sopravvivenza. Questa centralità familiare affondava radici in secoli di norme giuridiche oggi incomprensibili ma, al tempo, razionali: il maggiorasco concentrava l’eredità sul primogenito per evitare la frammentazione fondiaria; le leggi suntuarie, vietando consumi di lusso alle classi inferiori (abbigliamenti, banchetti, ornamenti), rispondevano alla medesima logica. In economie a crescita quasi nulla, il reddito nazionale pressoché stagnante non poteva permettere consumi che sottraessero risorse all’accumulazione necessaria alla sopravvivenza intergenerazionale.

Nella Pianura Padana economie di scala altrimenti impossibili giustificavano le cascine, dove convivevano nuclei familiari di quaranta e più membri – plurigenerazionali e ramificati, posti sotto l’autorità del capofamiglia. Non si trattava di inciviltà, ma di necessità sistemica di preservare unità produttive familiari la cui disgregazione equivaleva alla regressione verso la mera sussistenza. La generazione dei trentenni del 1945, tuttora in gran parte contadina, rappresentava l’ultimo anello di questa catena millenaria in procinto di essere spezzata dall’industrializzazione accelerata del paese: il boom economico.

Fu così che loro, i ricostruttori, psicologicamente devastati dalla guerra, si concentrarono sulla famiglia e i propri figli, destinatari di un affetto e di una spesa per consumi e istruzione senza precedenti, pagati dalla migrazione al Nord, dal lavoro alle catene di produzione, dal lavoro a cottimo, dagli straordinari. Era il sogno di una casa propria a giustificare una propensione al risparmio vicina al 30%. I cosiddetti boomer – termine improprio se confrontato con i ben più elevati tassi di fertilità anteguerra – crescendo divennero una “generazione cerniera” che ereditò simultaneamente ricchezza accumulata e un sistema valoriale destinato a non reggere la pressione dell’universo in espansione dei beni e servizi di consumo. La progressione bicicletta-scooter-utilitaria si accompagnava allo sviluppo esplosivo dei servizi edonistici (viaggi organizzati, vacanze di massa, consumi fuori casa, intrattenimento commerciale) e all’effetto imitativo del “keeping up with the Rossi”, quel meccanismo di emulazione sociale per cui il consumo altrui, da anomalia moralmente censurabile, si trasformava in imperativo di appartenenza al ceto medio emergente.

A ciò si aggiunse la più grande rivoluzione sociale mai sperimentata: la diffusione della pillola anticoncezionale del biologo Gregory Pincus che, conferendo alle donne il controllo della propria fertilità, minò alle fondamenta l’autorità patriarcale e la struttura gerarchica familiare. Iniziò così l’epoca dei diritti individuali, sacrosanti certamente, ma dispendiosi. Meno matrimoni, ma soprattutto, progressivamente, più divorzi: come spiega la teoria economica della famiglia di Gary Becker, se nel breve periodo il divorzio appare razionale quando i benefici individuali attesi sembrano superare i costi della permanenza nell’unione, nel lungo periodo emergono costi sociali nascosti – perdita di economie di scala, riduzione degli investimenti sui figli, disgregazione del capitale familiare condiviso.

In breve, l’equilibrio complessivo – fondato su crescente produttività del sistema, indebitamento pubblico crescente e soprattutto espansione dei consumi di servizi – resse fino al 1998 circa, per poi rompersi: fine della crescita e della produttività, ma non dell’indebitamento a spese delle generazioni future. Le cause di questa rottura rimangono oggetto di dibattito: esaurimento del dividendo demografico, globalizzazione, finanziarizzazione o combinazione sistemica di questi fattori. Nel frattempo, i boomer cresciuti per consumare generarono la generazione dei “born to shop”. Questa, ereditando e radicalizzando la revisione valoriale operata dai genitori, ridefinì ulteriormente i confini della sessualità, dell’etica del lavoro, della meritocrazia e, per quel che qui rileva, del risparmio e dell’accumulazione di ricchezza.

La generazione “born to shop” e ancor più quella dei “born to enjoy” sono grandi consumatori di servizi. Se negli Usa questa voce assorbe ormai il 70% della spesa per consumi, in Italia ci si avvia verso il 55-60%, e questo porta con sé una conseguenza strutturale ampiamente sottovalutata. Mentre il prezzo relativo di un pacco di pasta diminuisce costantemente per via di robot, automazione e intelligenza artificiale, il cameriere che serve a tavola – se non si vuole mangiare sempre e solo street-food – vuole essere pagato possibilmente sempre di più, così come il bagnino, il parrucchiere, la badante, l’idraulico. I servizi ad alta intensità di lavoro non beneficiano dei guadagni di produttività manifatturiera: il loro prezzo relativo cresce inesorabilmente. In più, i servizi richiedono tempo, risorsa sempre più scarsa, e le ultime generazioni sono avide di tempo libero. Servire gli altri richiede il sacrificio del proprio tempo – weekend, festività, orari antisociali – e tale sacrificio esige un riconoscimento monetario crescente da parte di chi lo impone. Ma quel qualcuno disposto ad accettare questi termini è sempre meno di origine italiana: la domanda di servizi personali viene progressivamente soddisfatta da forza lavoro immigrata.

Quella che si prospetta è la società definita fluida, ormai dimentica dei valori catto-socialcomunisti che avevano strutturato l’Italia del dopoguerra. Fluida nelle relazioni affettive, nei rapporti di lavoro, nei legami parentali, nel rapporto con la politica e la cultura: una società di individui sempre più edonisticamente autoreferenziali, parte di un comportamento gregario che non contempla una progettualità intergenerazionale. Di conseguenza, poiché l’ulteriore indebitamento è ormai precluso – sia pubblico che privato – il consumo crescente di servizi può essere finanziato solo attingendo alla ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti. E infatti le statistiche mostrano che la ricchezza reale delle famiglie italiane ha cominciato a erodersi. Ma la ricchezza non si annulla: è anch’essa fluida e si trasferisce! E il trasferimento avviene verso coloro che oggi incarnano inconsapevolmente i valori dei “born to work” degli anni Cinquanta – anni definiti favolosi retroattivamente, ma che furono in realtà anni di sacrificio, risparmio e accumulazione metodica.

Sono i circa sei milioni di immigrati che vivono accudendo gli anziani, asfaltando le strade sotto il sole, tagliando i capelli a prezzi dimezzati, consegnando i pacchi di Amazon, salendo sui tetti a installare pannelli fotovoltaici, lavorando senza riposo negli opifici nascosti dell’alta moda. Similmente ai nostri “born to work”, mantengono ancora la famiglia unita come unità economica, risparmiano ferocemente, accumulano capitale. E progressivamente acquistano le case, i ristoranti, le officine che i boomer e i loro figli vendono per finanziare consumi insostenibili dal solo reddito. La storia economica italiana compie così un giro completo: i valori che costruirono il miracolo economico tornano, ma in mani diverse.

Daniele Tirelli