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I segnali di crescita annegano in tanti dati contraddittori

Chi riflette sulla situazione italiana attuale si trova spesso in grande imbarazzo: ogni volta che si ha la sensazione di avere compreso qualcosa, accadono eventi che fanno riconsiderare il tutto, restituendo sensazioni contraddittorie.

Anche non addentrandosi in temi sociologici e politici, questa situazione è evidente riguardo all’andamento dei consumi e la situazione delle imprese. Se guardiamo la crescita del pil nel 2016, e le previsioni per il 2017, possiamo comprendere quanto appaia statica la situazione; eppure il segno positivo, dopo anni di decrescita (infelice), è comunque bastato per riaccendere molte speranze di cittadini e imprese. Un altro fatto poco intuitivo è l’inflazione nulla, i salari in aumento, con i consumi fermi, cui possiamo aggiungere i tassi a zero e la contemporanea stagnazione dei prestiti bancari. Non ultimi i dati su occupazione, disoccupazione, voucher e jobs act, tutti oggetto di esoteriche interpretazioni per spiegare un fenomeno comune a molte economie nel post crisi: il miglioramento della situazione economica non si riverbera immediatamente sull’occupazione.

Se guardiamo la situazione più da vicino, come lo scienziato che inserisce una goccia d’acqua in un microscopio, notiamo un mondo in fermento. Tale fermento lo osservano le imprese: i convegni di Ibc (Industria beni di consumo), l’evento di presentazione della fiera Tuttofood 2017 e i dati di Confindustria indicano segnali innegabili. Molte aziende continuano a tenere, diverse a crescere, gli ordini arrivano e le prospettive d’internazionalizzazione sono buone, anche se l’export verso
i principali partner commerciali sembra stagnare e si richiederebbe di esplorare meglio altre prospettive. L’Italia avrebbe grandi possibilità di crescita, ma questa è ancora molto frenata dalle dimensioni medie delle aziende: meno del 2% delle imprese (con più di 50 dipendenti) determina oltre il 70% di export, e ciò lascia intravedere un grande potenziale per aggregazioni che consentirebbero di aggredire meglio mercati lontani e investire sull’innovazione.

Ma un analogo fermento lo si ha osservando i consumatori e i loro consumi. Se l’inflazione è nulla, lo si deve molto all’energia: le vendite a volume e a valore dei consumi quotidiani sono aumentate nel corso dell’ultimo anno, tranne che nel sud. In particolare sono aumentate più a valore che a volume, evidenziando una tendenza crescente alla ricerca di qualità. Cresce il ricorso alla condivisione (la sharing economy interessa ormai un italiano su 4), aumenta la conoscenza dei temi della sostenibilità (il 37% nel 2011, il 52% nel 2016), ma nel contempo recupera il mercato dell’auto. Non va però dimenticato che la popolazione italiana si sente impoverita: secondo il Rapporto Coop, coloro che si sentono “classe dirigente” si sono dimezzati (dal 6 al 3%) negli ultimi 10 anni, chi si sente ceto medio è passato dal 52 al 43%, mentre più della metà degli italiani si sente “ceto popolare” (40% nel 2006, 52% nel 2015), il tutto in una continua crisi di sfiducia nei confronti delle istituzioni.

“Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”: queste le parole del Grande Timoniere, sperando che siano di buon auspicio.

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