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Un collasso economico che nasce
da lontano e difficile da rimediare

Quel che stiamo vivendo da diversi anni è metaforicamente uno stato d’angoscia derivante dall’aver perso l’orizzonte similmente agli aviatori di un tempo, privi degli odierni sistemi di controllo. L’esondazione di dati e di informazioni sembrerebbe fornire maggior sicurezza su quel che ci attende. Al contrario, nessuno si cimenta più nella descrizione di un futuro spinto avanti anche solo di un misero decennio. L’orizzonte è sparito. Sono lontani i tempi in cui think-thank come il Club di Roma o prestigiose istituzioni economiche si cimentavano nel modellare la complessità (sottostimata) del sistema socioeconomico per prevederne il futuro. Per questo può essere utile guardare pochi numeri con taglio diverso dalle enunciazioni enfatiche dei vari mezzi di comunicazione. Infatti, anche lo stesso linguaggio con cui si descrive lo scenario del nostro paese è importante. La mia interpretazione, è una “real-ibile”, una tra le tante realtà possibili, e dice che non stiamo vivendo una recessione, ma qualcosa di ben più grande e terribile: una stagnazione irreversibile… A meno che il processo di creazione della ricchezza (ovvero della crescita del reddito prodotto) non riprenda secondo logiche diverse che non mi sono date a vedere. Gli americani hanno definito l’attuale periodo una “lunga recessione” (per esorcizzare il fantasma degli anni ‘30), recessione da cui sembrano peraltro usciti. Il nostro paese appare invece incapace, non solo di generare una crescita, ma anche di produrre una redistribuzione del reddito che dia sollievo a chi ne ha progressivamente di meno e ai nuovi arrivati che si ammasseranno, in numero sempre maggiore, nelle future, insanabili, orrende favelas italiane. Tuttavia tutto questo non rappresenta un fallimento del sistema di libero mercato come molti sostengono, ma la degenerazione di quella “componente di socialismo” che fu prevista e tutelata da una Costituzione nata da un vero, grande compromesso storico, negli anni immediatamente successivi alla II Guerra mondiale. Ritengo pertanto, occupandomi di consumi e di distribuzione, che l’Italia si possa annoverare nelle nazioni con economia mista o, banalmente, nelle “socialdemocrazie”, cioè sistemi ben distinti dalle “democrazie di consumatori”. Il collasso dei sistemi socialisti (ultimo tra tutti quello cubano) è avvenuto per implosione, ma con un passaggio rapido al neocapitalismo, data la loro impossibilità di coniugare la crescita dei consumi e i processi distributivi d’ispirazione egualitaria. La crisi delle socialdemocrazie, e tra esse la nostra, segue un destino analogo, ma molto più prolungato a causa delle ambiguità che le caratterizzano. Il collasso del nostro sistema è evidenziato da una semplice verità statistica: la crescita del pil e quella del debito pubblico reali (cioè al netto del fenomeno dell’inflazione) decennio dopo decennio. Due constatazioni: la generazione di mio padre seppe, sino agli anni ’60, tenere sotto controllo il debito, facendolo crescere meno velocemente di quel che il paese era in grado di generare in termini di ricchezza, grazie a tanto risparmio e duro lavoro. Dalla seconda metà degli anni ’60 in poi, invece, con le riforme del centrosinistra, si giunse alla piena attuazione degli obiettivi enunciati nel programma del 1900 del Partito Socialista, andando ben oltre i sogni di Turati e Prampolini. Grazie a nazionalizzazioni, finanziamento della sanità, della scuola, dei trasporti ecc., la massa di danaro amministrato e speso dallo stato crebbe molto più rapidamente del flusso di ricchezza generato dal precedente boom economico. Le scuole superiori, la sanità specialistica, i trasporti ecc. in precedenza erano fondamentalmente privati, pur essendo formalmente pubblici. La loro fruizione richiedeva, infatti, sacrifici e risparmio precauzionale da parte delle classi medie e di quelle più povere: in breve, per far studiare il figlio o curare il nonno si prestava attenzione alla spesa quotidiana. Alla fine degli anni ’60, quasi tutti i servizi divennero un diritto formalmente garantito dalla logica di uno stato che avrebbe provveduto al welfare di ogni individuo, dalla culla alla tomba (garantendo prima anche pensioni facili, anticipate e molto spesso false). I suoi benefici però sarebbero stati comunque goduti sempre in maniera sperequata, mentre la progressiva deresponsabilizzazione individuale avrebbe creato la tolleranza per la mala-sanità, la mala-istruzione, la mala-amministrazione, ecc. Fondamentalmente, la giustificazione ideologica per sostituire il libero mercato con il monopolio pubblico venne però dalla divulgazione di un keynesismo all’italiana che partiva dall’identità contabile, inventata dall’economista americano Simon Kuznets: pil = consumi + investimenti + spesa pubblica (trascurando per semplicità gli scambi con l’estero export – import). Essendo il pil contabilmente equivalente a quest’altra definizione: pil = consumi + risparmi + imposte. Si deduceva, semplificando, che: (spesa pubblica – tasse) + risparmi = investimenti. Pertanto, creando un deficit (cioè aumentando la spesa pubblica più delle imposte), si sarebbero aumentati gli investimenti del settore privato e dunque l’occupazione e quindi i consumi. Tuttavia per spendere, oltre a elargire, per esempio pensioni non interamente coperte dalla contribuzione, bisogna comprare qualcosa. E cosa ha comprato lo stato in tutti i decenni passati? Essenzialmente ore di lavoro e servizi resi prevalentemente dai propri occupati: ferrovieri, bidelli, infermieri, spazzini, guardie forestali, postini, vigili, poliziotti, insegnanti, musicisti, burocrati, la cui produzione veniva offerta gratuitamente o sottocosto alla popolazione italiana. Questo fece passare la spesa corrente da poco più del 20% del pil del dopoguerra, all’odierno 45%. Tuttavia, come si desume dalla precedente identità contabile e come accadde nei paesi socialisti con economia pianificata, esisteva un piccolo problema mascherato. Il valore della produzione degli enti pubblici corrispondeva (e corrisponde tuttora) al suo costo. In pratica, la produzione dell’impiegato assenteista e lavativo valeva il suo stipendio (lordo) e si sommava al valore prodotto da un operaio alla catena di montaggio della Fiat. Dunque, anche le spese della vituperata casta dei politici erano e ancor oggi sono parte del prodotto nazionale, al pari dei più recenti e rivalutati servizi delle prostitute e degli spacciatori. Allo stesso tempo lo stato, ogni anno, ha investito in capitale quasi il 5% del pil in impianti, opere pubbliche, strutture e infrastrutture. E come lo ha investito? Bene? Male? Lascio il giudizio al lettore aggiornato dalle cronache quotidiane. Affermo però che la questione non è di natura morale, cioè non attiene alla qualità degli uomini responsabili della cosa pubblica, ma riguarda la logica sottostante a un sistema che crede si possa prescindere dal calcolo economico. Già nel 1922 Ludwig Von Mises dimostrò che il socialismo sovietico sarebbe finito nel caos pianificato e proprio perché aveva abolito le basi del calcolo economico. E se l’Unione Sovietica sopravvisse per 70 anni fu perché un minimo di razionalità nella sua pianificazione dei consumi, degli investimenti e di ciò che ne consegue, era basato sul benchmark dei prezzi in occidente, essendo l’Urss incapace di definire e gestire i propri. In un’economia di libero mercato, il valore di scambio delle merci e dei servizi costituisce l’unità di calcolo per stabilire come, dove, cosa e quando produrre. Essa nasce dalla costante verifica della disponibilità soggettiva di milioni di individui a comprare o a vendere qualcosa. I prezzi guidano l’allocazione delle risorse disponibili. Consentono, dato l’obiettivo del massimo profitto, di stabilire delle priorità, di rischiare e di dismettere un’attività in un ambiente competitivo che presenta una complessità irrisolvibile e crescente. Anche la nostra burocrazia ha sfruttato in parte il benchmark dei settori privati pur semiasfissiati e corrotti dal pubblico, per stabilire il prezzo di ciò che acquistava e di ciò che produceva. Tuttavia l’irresponsabilità tipica di tutte le amministrazioni ci pone di fronte ancor oggi a problemi ridicoli, come il giustificare il prezzo diverso di una siringa di un ospedale a Bologna o a Palermo. Le differenze tra i costi dei servizi resi al sud e al nord, menzionate in tante trasmissioni e in tanti articoli, gli sprechi piccoli e grandi, la lievitazione degli investimenti dei vari progetti, la scarsa qualità di ciò che fornisce lo stato, dimostrano che è la sostituzione del pubblico al mercato a ostacolare la crescita e non viceversa. È la curva nera della spesa pubblica che schiaccia la curva rossa del pil. Se oggi essa ci appare piatta o decrescente, tale resterà per un altro decennio (ceteris paribus) senza risollevarsi dalla stagnazione, a meno di un poderoso, ma apparentemente impossibile recupero di produttività. Purtroppo, riconvertire un enorme apparato di milioni di persone ottuse dalle pratiche burocratiche, che non sanno fare quasi niente e non possono imparare quasi niente, è un tema drammatico che ci trasporta dall’economia politica alla politica economica: un tema che esula da queste riflessioni.

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