Se ascolti oggi le conversazioni nei corridoi delle aziende, come sotto gli ombrelloni, tra i quadri del management come tra gli impiegati e i lavoratori manuali, cogli un tratto ricorrente, quasi un basso continuo: l’assenza di una menzione di un domani che non sia domattina. Non pessimismo, che è pur sempre una teoria del futuro; piuttosto una sospensione del futuro stesso. Il frame mentale dominante è, infatti, quello di un eterno presente, e non è un fenomeno italiano. Attraversa l’Occidente intero, fino agli Stati Uniti, dove il movimento Maga amministra le spoglie di un American dream ormai sbrindellato: non l’abituale promessa di una torta più grande per tutti, ma un livore difensivo a presidio delle porzioni della torta che non si crede possa ancora lievitare.
Un presente senza passato
L’eterno presente non è soltanto un’amputazione del futuro. È, in modo meno visibile ma altrettanto radicale, un’amputazione del passato. La psiche collettiva non si cura più di ciò che precede – né del passato remoto né di quello prossimo – e questo tratto merita un’osservazione controintuitiva: nemmeno chi per vocazione dovrebbe mitizzare la storia ci riesce più. I nazionalismi contemporanei, compresi i postfascisti, non celebrano le legioni romane, non evocano il Risorgimento, non osano nemmeno il repertorio della Grande Guerra che fu il serbatoio retorico del fascismo storico. Anche l’again di “Make America great again” non punta a nessun momento identificabile. Cosa fece grande quella nazione? La New Frontier kennediana? La shining city reaganiana? Si accenna a un passato-brand, atmosferico, da merchandising, non a un passato-memoria.
Persino il nemico si è appiattito sul presente
Il nemico novecentesco – il comunista, il capitalista, l’imperialista – era un avversario simmetrico, portatore di un progetto alternativo di futuro; combatterlo significava lottare per un domani contro un altro domani. Il nemico disponibile oggi è asimmetrico e non porta alcun progetto: è il disperato che chiede semplicemente di sedersi al banchetto consumistico occidentale: un festino, peraltro, dal menu riveduto e corretto al ribasso. E allora, se persino il passatismo di professione non trova più materiale, l’eterno presente è davvero il frame globale.
La fine della memoria comunicativa
Sul piano micro, quello delle famiglie, la rottura della catena della memoria ha due cause, e conviene distinguerle. La prima è di canale: i media saturano ogni interstizio del dialogo domestico. La tradizione orale, cioè quel mezzo di trasmissione tra le generazioni che Jan e Aleida Assmann hanno chiamato “memoria comunicativa”, distinguendola dalla memoria culturale codificata in monumenti e istituzioni, non trova più le occasioni sociali che, come aveva mostrato Maurice Halbwachs, ogni memoria collettiva richiede per esistere. La seconda causa è più insidiosa perché riguarda il contenuto, non il mezzo: i nonni attuali sono la prima generazione priva di un’epica. I nonni del Novecento avevano la guerra, la fame, l’emigrazione, la ricostruzione – materiale narrativo che fondava un “prima” rispetto al quale il presente era conquista, e il futuro promessa. I boomer, nati nella bambagia del miracolo economico, possono trasmettere al massimo una nostalgia dei loro consumi: le canzoni, le vacanze, la Cinquecento. Ma quel catalogo ormai stantio non è un’epica. La memoria comunicativa si spegne così per doppia insufficienza: manca il canale e manca il messaggio. Se i ricostruttori rimproveravano ai figli di essere utopisti, i boomer non possono certo fare altrettanto. Il conflitto con la generazione yé-yé e con il suo sottoinsieme sessantottino presupponeva che i giovani volessero troppo futuro; oggi il problema è che non c’è un “troppo” da ridimensionare. E si noti il paradosso: l’utopismo sessantottino, per quanto i padri lo giudicassero fumoso, fu economicamente fecondo. Il consumismo dei juke-box e delle Vespe era anch’esso un’aspettativa in atto, perché si compravano i segni di una vita migliore di quella dei padri, generando domanda di istruzione, mobilità, nuovi consumi e perfino di imprenditorialità.
I numeri, presi in blocco, sembrano una sentenza
I millennial italiani guadagnano a trent’anni il 17% in meno di quanto guadagnava la Generazione X alla stessa età – che a sua volta aveva superato del 6% i genitori: l’ascensore ha invertito la marcia in una generazione sola (Resolution Foundation). Gli under 40 detengono meno del 9% della ricchezza nazionale, gli over 50 tre quarti (Banca d’Italia). Ma in quei tre quarti sta il colpo di scena: l’Italia dei salari fermi è uno dei paesi più patrimonializzati del mondo – oltre 11.000 miliardi di ricchezza delle famiglie, in gran parte mattone, accumulati quando la torta cresceva davvero (accanto a un debito pubblico da quasi 3.000 miliardi: anch’esso un’eredità, a firma collettiva). Nei prossimi vent’anni circa 6.500 miliardi passeranno di mano per via successoria: il più grande trasferimento di ricchezza della storia nazionale, che non transiterà da nessuna busta paga. E forse, anzi quasi certo, l’intero disegno prospettico delle generazioni più giovani si riduce a questa attesa. Non il progetto, ma l’eredità. Non costruire il patrimonio, ma sopravvivergli. La mancanza di progettualità, non come rassegnazione, ma come calcolo: perché rischiare se basta aspettare? L’eterno presente ha trovato il suo modello di business: il presente come sala d’attesa, anche se con la longevità attuale (e la diffidenza dei padri che temono di finire “al ricovero”) si eredita verso i sessant’anni, quando la vita da capitalizzare è quasi finita. In più, quei miliardi seguiranno la mappa dei patrimoni esistenti, spaccando la generazione in eredi e salariati secondo il merito più antico che ci sia: quello di essere nati bene. In sintesi, una società in cui la ricchezza arriva dal passato anziché dal futuro sta reinventando la rendita come orizzonte di massa per un paese in usufrutto.
Le narrazioni come comburente
Che cosa c’entra tutto questo con l’odierna realtà dei redditi, dei salari e dei consumi? C’entra, perché le narrazioni collettive non sono un ornamento della vita economica: ne sono il comburente. Non il combustibile – ovvero il capitale, il lavoro, la tecnologia – ma ciò che consente al combustibile di bruciare. Senza ossigeno narrativo, le stesse risorse materiali restano inerti. L’idea non è priva di pedigree. Robert Shiller ha avviato un programma di ricerca sulla narrative economics, trattando le narrazioni come variabili economiche contagiose e misurabili. Deirdre McCloskey, nella sua trilogia sull’età borghese, sostiene che il “grande arricchimento moderno” non nacque dall’accumulazione di capitale né dalle sole istituzioni, bensì da un mutamento retorico: quando parlare di commercio, rischio e miglioramento divenne rispettabile, la crescita seguì. Già! Ma oggi sembra valere il teorema inverso di Mc- Closkey: se la retorica ha acceso la crescita, la sua estinzione può spegnerla. In verità non è del tutto vero che manchi la retorica. Il giorno del suo insediamento, il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani ha sfornato un discorso “usato e sicuro” (elettoralmente); ha promesso di sostituire “la frigidità dell’individualismo rude con il calore del collettivismo”. Ma il collettivismo in questione non ha più nulla della vecchia, bellicosa vocazione a impadronirsi dei mezzi di produzione: molto più semplice congelare gli affitti, aprire supermercati municipali, socializzare le rette degli asili. Del vecchio “pane e lavoro” rimarrebbe il pane – calmierato, s’intende; per il lavoro si vedrà. Un mezzo slogan che non tarderà a piacere anche alle nostre latitudini. I commentatori americani l’hanno battezzato “consumer socialism”: non libera il lavoratore dallo sfruttamento, ma libera il consumatore dal prezzo. L’aritmetica è rivelatrice: provvidenze universali alla nordica, senza la tassazione universale che in Scandinavia le paga. Là il welfare è un contratto intertemporale – tutti ricevono perché tutti pagano, molto, per tutta la vita – e regge solo dove esiste fiducia nel tempo lungo. Il consumer socialism ne prende i benefici e ne rifiuta il patto: il vantaggio subito, il conto alle corporation, ai ricchi e, quando i numeri non tornano, al debito. Che è poi il modo tecnico con cui il presente spedisce le proprie fatture a chi è di là da venire: nell’eterno presente, al domani è rimasto un solo ruolo: l’indirizzo di recapito del conto. Sull’altro versante, il presidente del “great again” pratica e promette l’economia del great right now su due scale.
In piccolo, quella personale, riservata a chi ha fede in lui: un memecoin di famiglia lanciato tre giorni prima dell’insediamento – un titolo del nulla, un puro prezzo di adesso sorretto dall’attesa del prezzo di tra un’ora – e l’invito social a comprare, lanciato poche ore prima di sospendere i dazi e far decollare i listini, con l’opposizione a invocare indagini per insider trading. In grande, quella geopolitica: la promessa di arricchire i propri elettori ridistribuendo torte già cotte – la torta commerciale a colpi di dazi, quella delle materie prime dal greggio venezuelano ai minerali ucraini, quella degli armamenti con l’Europa indotta a comprare americano. Sempre la stessa grammatica: voglio una fetta più grande. Mai la domanda che fondò la ricchezza delle nazioni: come si cuoce una torta più grande e più nutriente? È il vecchio mercantilismo, la visione del mondo a somma zero – e la somma zero è la matematica dell’eterno presente: creare ricchezza nuova richiede il futuro, l’invenzione, l’investimento, l’attesa; contendersi quella esistente si sbriga tutto nell’oggi.
Ecco allora la simmetria dei due populismi che si contendono l’America, e con lei l’Occidente: entrambi promettono redistribuzione, nessuno la crescita. C’è chi vorrebbe redistribuire all’interno della città, liberando il consumatore dal prezzo, e c’è già chi redistribuisce tra le nazioni, strappando fette ai vicini di tavola. Il Novecento si divideva su come organizzare la produzione, cioè sul futuro; i nostri anni Venti si dividono su come spartire l’esistente, cioè sull’oggi. E questo – più dei dazi, più del debito – è il dato economico fondamentale del nostro tempo: perché le economie crescono di aspettative prima che di capitale, e un Occidente che ha smesso di aspettarsi qualcosa ha smesso, molto semplicemente, di crescere.

