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Patto intergenerazionale falso mito
in assenza di rappresentanza

La famiglia italiana sempre meno riesce ad assolvere il ruolo di principale ammortizzatore sociale del paese, obbligata a tamponare la progressiva erosione del proprio potere d’acquisto intaccando il patrimonio. È una famiglia immobile: la crisi economica ha accentuato le disuguaglianze tra classi sociali, le differenze territoriali e ha ridotto la già scarsa mobilità sociale.

In un contesto di difficoltà che coinvolge innanzitutto le giovani generazioni, non passa il concetto di patto intergenerazionale, convinti che il processo intrapreso (che colpisce innanzitutto le pensioni e disarticola il mercato del lavoro) sia in realtà un processo di sottrazione (di risorse, di diritti) e non di redistribuzione. Il sentore è che non si stia togliendo ai padri per dare ai figli, ma si stia semplicemente togliendo, e che il patto si risolva in una perdita generalizzata di risorse senza contropartita.

Potremmo parlare, richiamando Baumann, di solitudine del cittadino globale. In questo mondo oppresso da crisi ormai ingovernabili (che aggrediscono i debiti sovrani, rendendo possibile il fallimento di uno stato nazionale europeo), caratterizzato dal dissolversi dei punti di riferimento e dall’assenza di forze politiche e sociali su cui far conto, il singolo si trova esposto agli accadimenti senza la possibilità di una reazione fattiva. Il tema centrale è quindi quello della ricostruzione della rappresentanza, non solo politica ma anche sociale e degli interessi (sindacati, associazioni di consumatori, rappresentanza di settori produttivi…), in cui le istituzioni di democrazia rappresentativa lasciano il posto a un atteggiamento di “direttismo”.

Si ha quindi una ricerca della relazione disintermediata con i centri di decisione, con il leader, tendendo verso una forma di democrazia diretta, oggi resa possibile grazie anche al web. Internet, infatti, cancella le distanze fisiche, presentifica il mondo e la sua storia, consente a tutti di rapportarsi con la “propria voce” alle istituzioni e ai potenti, e di definirsi la propria Weltanschauung.

L’individuo è quindi proiettato all’affermazione di sé, nella presunzione di essere portatore di un’unicità specifica. All’interno di questo mutamento anche i consumi non fanno eccezione: oggi il consumatore cambia spesso parametri e modalità, lavora per flussi e non per stock, gioca un ruolo da attore e non da mero fruitore, in un rapporto con il brand sempre più politico e giudicante. È artefice del proprio destino (“io sono un principe libero, ed ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”, Samuel Bellamy, pirata) così si considera il consumatore e come tale vuole sentirsi considerato.

*Group director di Ipsos Public Affairs – andrea.alemanno@ipsos.com

 

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