Si continua a parlare di consumi sempre più ridotti in volume, di carrelli con solo qualche referenza da far passare alle casse, di scontrini medi impoveriti. Proviamo a fare i conti in tasca agli italiani. Abi ci dice che il patrimonio netto delle famiglie italiane è fra i più solidi d’Europa, il che significa che gli italiani hanno investito nella casa di proprietà (dato Censis: il 70,8% delle famiglie è proprietario della casa che abita), in strumenti finanziari a basso rischio e anzi moltissimi tengono liquidità disponibile in banca (in percentuale superiore al resto d’Europa). Istat segnala che il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale, ma per chi è ancora in attività il reddito annuale medio è di 37.511 euro. Per chi è in pensione Inps informa che le prestazioni pensionistiche hanno un importo medio di 15.821 euro. Sono dati abbastanza stabili negli anni, mentre l’inflazione fa il suo silente lavoro di erosione del potere di acquisto.
Ecco allora che la moderna distribuzione, fornitrice e paladina dei consumi, corre in soccorso con operazioni di prezzo che sollecitano l’opportunismo da cherry picker, “occasioni irripetibili” che poi a calendario si ritrovano puntualmente, private label che sono diventate sofisticate alternative all’industria di marca a prezzi più bassi, soluzioni per evitare sprechi come i prodotti in scadenza venduti a metà prezzo. L’industria di marca si muove altrettanto celermente con manifestazioni a premio per rinsaldare il legame con i consumatori e indurre preferenza. In genere collection, concorsi, gamification intrattengono gli italiani oltre a gratificarli con un extra gain: e il prezzo pieno sembra più lieve. C’è anche la lotta fra insegne a proclamarsi la più conveniente del reame e oltre al prezzo stracciato, al sottocosto, c’è anche tutta la panoplia di soluzioni per attivare la fedeltà di lungo periodo (o almeno non troppo condivisa con altre insegne e tipologie di punti di vendita).
Lo sforzo comune è ancora quello di far acquistare tanto di tutto. E qui sta il punto. Se è innegabile che gli italiani si barcamenano fra tentativi di risparmio (così da avere liquidità da reinvestire o lasciare in banca) e voglia di non farsi mancare il “superfluo necessario” da esibire nelle relazioni sociali, dovremmo anche riflettere su quello che scrisse Ernst Engel: “La proporzione del reddito di una famiglia che viene destinata all’alimentazione diminuisce quando il reddito aumenta”. Engel aveva sotto gli occhi i lavoratori belgi della metà dell’800, ma siamo certi che non riguardi anche noi oggi? Quanto e come spendiamo per abbigliamento, vacanze, ristorante, smartphone, chirurgia estetica e per i consigli delle influencer? Che peso ha l’alimentazione e quale alimentazione? Fornita da chi, considerando che a casa si consumano meno pasti? Che il carrello si riempia di meno nonostante gli sforzi di retailer e industria di marca dovrebbe far pensare a come evolvono i consumi, le scale di priorità: la curiosità e il desiderio sono sempre più forti di una razionale gestione del reddito disponibile.
Andrea Demodena
Dopo la frequenza di Economia e commercio in Cattolica, si iscrive a Lettere Moderne, presso l’Università Statale di Milano, laureandosi a pieni voti con una tesi in storia dell’arte contemporanea. Come giornalista ha collaborato con Juliet, Art Show, Tecniche Nuove, Condé Nast, Il Secolo XIX, Il Sole 24Ore. Dal 2000 si occupa di marketing e promozioni. Dal 2014 è direttore di Promotion.

