Il digitale non è più un luogo separato nel quale le imprese decidono di entrare. È diventato l’ambiente nel quale una parte crescente delle relazioni economiche prende forma. Attraversa il commercio, il credito, il lavoro, il turismo, l’intrattenimento, la salute, la formazione e persino il modo in cui un prodotto viene progettato, utilizzato, riparato e riciclato. Non esiste quasi più un’esperienza di consumo che non lasci una traccia digitale. Cerchiamo un prodotto online prima di acquistarlo in negozio, confrontiamo recensioni, utilizziamo un’applicazione per pagare, riceviamo comunicazioni personalizzate, accumuliamo punti, condividiamo l’esperienza sui social e, magari, rivendiamo quel prodotto attraverso una piattaforma di seconda mano. La digitalizzazione, i nuovi comportamenti dei consumatori e l’evoluzione delle strutture tecnologiche hanno così generato una pluralità di “economy” che convivono, si sovrappongono e si alimentano reciprocamente. Sharing economy, data economy, attention economy, experience economy, gig economy, circular economy, sustainable economy, knowledge economy e loyalty economy non sono fenomeni isolati. Sono nove declinazioni che si sviluppano all’interno della digital economy: dieci economie, se contiamo anche l’infrastruttura che le rende possibili.
Il digitale ha smesso di essere un settore.
Inizialmente identificata con l’ecommerce e con le attività svolte attraverso internet, la digital economy era l’economia delle transazioni elettroniche, dei primi marketplace e dei modelli di business nati online. Nel frattempo, la sua natura è profondamente cambiata. Le piattaforme digitali sono diventate intermediari di una parte rilevante della vita quotidiana: permettono di acquistare e vendere, viaggiare, trovare un alloggio, lavorare, comunicare, informarsi e accedere all’intrattenimento. L’Ocse osservava già da tempo come la nostra dipendenza da queste piattaforme si estendesse ormai alle attività personali e professionali più diverse. La digital economy non coincide quindi più con una categoria di imprese. È un’infrastruttura fatta di connessioni, identità, dati, algoritmi, pagamenti e interfacce. Un ecosistema all’interno del quale attori differenti possono incontrarsi e scambiare valore. Il digitale non sostiene soltanto l’economia, ma contribuisce a stabilire chi può parteciparvi, quali relazioni possono nascere e quale parte del valore prodotto può essere conquistata da ciascun attore. Un esempio italiano è Satispay, nata come applicazione per i pagamenti mobili e diventata progressivamente un ecosistema che collega persone, esercenti, ecommerce e servizi. Il suo sviluppo mostra come il digitale possa ridisegnare un gesto quotidiano come il pagamento, facendo dello smartphone il punto di accesso a una rete economica più ampia.
Dalla proprietà all’accesso.
Una delle prime trasformazioni rese visibili dalle piattaforme digitali ha riguardato il concetto di proprietà. Per generazioni, il possesso di un bene ha rappresentato una forma di sicurezza, prestigio e libertà. La sharing economy ha introdotto una logica differente: in molte situazioni non è necessario possedere una risorsa, purché sia possibile accedervi nel momento in cui serve. Airbnb ha trasformato abitazioni e stanze in capacità ricettiva disponibile. Uber e altri servizi di mobilità hanno trasformato automobili e tempo di guida in un’offerta accessibile attraverso un’interfaccia. BlaBlaCar ha messo in relazione persone che dispongono di posti liberi con altre che devono compiere lo stesso percorso. Queste piattaforme non hanno inventato la condivisione. Hanno però ridotto drasticamente la difficoltà di trovare qualcuno disposto a condividere un bene o un servizio, di valutarne l’affidabilità e di effettuare il pagamento. È la piattaforma a organizzare l’incontro, stabilire le regole, raccogliere le valutazioni e rendere visibile la reputazione dei partecipanti. La fiducia, un tempo basata prevalentemente sulla conoscenza personale, viene progressivamente tradotta in stelle, recensioni, profili verificati e sistemi di pagamento. Il valore non è più contenuto solo nel bene. Risiede anche nella capacità digitale di renderlo disponibile, rintracciabile e utilizzabile. È il passaggio dalla proprietà all’accesso descritto dalla sharing economy. Ma ogni accesso produce dati. Ed è proprio qui che una nuova economia comincia a sovrapporsi alla precedente. In Italia, Enjoy rappresenta bene questa evoluzione: attraverso l’app di Enilive, l’automobile viene utilizzata quando serve, senza che sia necessario possederla. Il valore non risiede soltanto nel veicolo, ma nella piattaforma che ne consente la localizzazione, la prenotazione e l’uso secondo tempi e bisogni individuali.
Dai clienti ai dati.
Ogni volta che utilizziamo una piattaforma lasciamo informazioni. Comunichiamo cosa cerchiamo, quando lo cerchiamo, dove ci troviamo, quanto siamo disposti a spendere, quali alternative valutiamo e che cosa abbiamo scelto in passato. La data economy nasce dalla possibilità di raccogliere, collegare e interpretare queste tracce. Il dato non è semplicemente una registrazione di ciò che è accaduto. Può diventare uno strumento per prevedere ciò che potrebbe accadere. Permette di stimare la probabilità di un acquisto, suggerire un contenuto, modificare un prezzo, individuare un rischio, personalizzare un’offerta o decidere quale cliente contattare. I dati sono uno degli asset più preziosi dell’economia contemporanea e il motore di settori quali il marketing, la pubblicità e la finanza. L’intelligenza artificiale consente oggi di elaborare quantità di informazioni difficilmente gestibili con gli strumenti tradizionali. Può individuare correlazioni, costruire previsioni, generare contenuti e adattare messaggi e servizi con una velocità crescente. Questo passaggio apre enormi opportunità per il marketing, ma introduce anche una domanda che non può essere ignorata: fino a quale punto una relazione può essere personalizzata senza diventare invasiva? La capacità di conoscere il cliente non autorizza automaticamente l’impresa a utilizzare ogni informazione disponibile. Il vero capitale non è rappresentato solo dai dati posseduti, ma dalla fiducia con cui il consumatore permette all’azienda di utilizzarli. Anche la regolazione europea si sta muovendo in questa direzione. Le norme sull’Ai vengono applicate progressivamente e, dal 2 agosto 2026, sono entrati in vigore importanti obblighi di trasparenza previsti dall’Ai Act. Non si tratta esclusivamente di una questione normativa. La trasparenza diventa una componente dell’esperienza di marca. Un algoritmo può individuare l’offerta più efficace. Solo una relazione credibile può fare in modo che il cliente la consideri anche appropriata. Un caso italiano particolarmente rappresentativo è Cerved, che raccoglie e integra informazioni ufficiali, dati proprietari, open data e segnali provenienti dal web, trasformandoli anche attraverso l’Ai in valutazioni e indicatori predittivi. Il dato grezzo diventa così uno strumento per comprendere imprese, rischi e opportunità e per sostenere decisioni economiche più consapevoli.
Dall’informazione all’attenzione.
Se i dati sono diventati abbondanti, l’attenzione è diventata sempre più scarsa. Ogni giorno le persone vengono raggiunte da notifiche, messaggi, video, pubblicità, suggerimenti e richieste di interazione. La competizione non si svolge più soltanto tra imprese che offrono prodotti simili. Una banca, un retailer, una piattaforma di streaming e un social network possono competere nello stesso istante per conquistare alcuni secondi della stessa persona. L’attention economy considera quindi l’attenzione come una vera risorsa economica. Le piattaforme utilizzano sistemi di raccomandazione e algoritmi per selezionare ciò che appare sullo schermo e prolungare il tempo trascorso al loro interno. Il modello ha prodotto interfacce sempre più efficaci, ma ha anche mostrato i suoi limiti. Se ogni contenuto cerca di generare una reazione immediata, il rischio è che la relazione venga ridotta a una sequenza di stimoli. La frequenza può aumentare senza che aumentino davvero la rilevanza e il valore percepito. Anche in questo campo l’Europa sta tentando di definire nuovi confini. Il Digital Services Act disciplina piattaforme sociali, marketplace, app store e servizi online, intervenendo anche su progettazioni potenzialmente manipolative o capaci di creare dipendenza. Per le imprese la questione è soprattutto strategica. Conquistare attenzione non significa necessariamente costruire fedeltà. Un contenuto provocatorio può ottenere una visualizzazione. Una promozione molto aggressiva può generare un clic. Ma la relazione nasce solo quando il tempo richiesto al cliente viene compensato da un valore riconoscibile. L’attenzione può essere catturata. La fiducia deve essere meritata.
Dall’attenzione all’esperienza.
È proprio il tentativo di trasformare l’attenzione in coinvolgimento a condurci verso l’experience economy. Le imprese non vendono più soltanto prodotti o servizi. Costruiscono ambienti, rituali, momenti e modalità di interazione capaci di ampliare il significato dell’acquisto. Il consumatore non valuta esclusivamente ciò che riceve, ma anche la semplicità, l’emozione e la riconoscibilità del percorso attraverso il quale lo riceve. L’esperienza è ormai ibrida. Comincia spesso online, prosegue in un punto di vendita o in un luogo fisico e ritorna sul digitale. Una prenotazione può essere effettuata attraverso un’applicazione, l’accesso può avvenire mediante un codice, l’esperienza può essere personalizzata grazie alle preferenze registrate e il ricordo può essere condiviso attraverso un social network. Il digitale ha reso l’experience economy un passaggio ancora più profondo. Non perché ogni esperienza debba diventare virtuale, ma perché la tecnologia permette di collegare momenti che in precedenza rimanevano separati. Il digitale può riconoscere la persona, ricordarne le preferenze, anticiparne le necessità e rendere più fluido il percorso. Ma può anche complicarlo, imponendo registrazioni, password, consensi e passaggi non necessari. La tecnologia non migliora automaticamente l’esperienza. La migliora quando diventa quasi invisibile e consente al cliente di ottenere ciò che desidera con meno fatica, maggiore libertà o maggiore piacere. Eataly ha costruito in Italia uno degli esempi più riconoscibili di experience economy. Nei suoi spazi il cliente non trova solo prodotti da acquistare, ma ristorazione, corsi, degustazioni, incontri e contenuti dedicati alla cultura alimentare. Mercato, ristorante, scuola ed ecommerce contribuiscono a comporre un’esperienza nella quale il prodotto viene inserito in un racconto più ampio.
Dal lavoro al servizio on demand.
La stessa infrastruttura che connette imprese e consumatori ha trasformato anche il mercato del lavoro. La gig economy ha reso possibile acquistare prestazioni professionali, consegne, trasporti e piccoli servizi con modalità simili a quelle utilizzate per ordinare un prodotto. Caratterizzata da lavori temporanei, freelance e contratti a progetto, vede molte persone adattarsi a forme di lavoro più flessibili, dove la libertà è bilanciata dall’incertezza economica. Per chi lavora, questo modello può offrire flessibilità, accesso a nuovi clienti e libertà organizzativa, ma può anche produrre instabilità, concorrenza globale e dipendenza dai meccanismi della piattaforma. Il punto più interessante è che anche il lavoro viene tradotto in dati: tempi di risposta, valutazioni, numero di incarichi, tassi di accettazione e livello di soddisfazione. La reputazione digitale diventa una forma di capitale professionale. Può aprire nuove opportunità, ma può anche trasformarsi in una gabbia dalla quale è difficile uscire. Una valutazione negativa, una modifica dell’algoritmo o un cambiamento delle condizioni della piattaforma possono incidere direttamente sulla possibilità di ottenere nuovi incarichi. La gig economy mostra quindi il lato più controverso degli ecosistemi digitali: la connessione riduce le distanze, ma non elimina automaticamente le asimmetrie di potere. Anche in Italia piattaforme come ProntoPro mettono in contatto chi cerca un idraulico, un elettricista, un fotografo, uno psicologo o un consulente con professionisti disponibili a presentare la propria offerta. AddLance applica una logica analoga al lavoro freelance, collegando imprese e privati con programmatori, grafici, traduttori, esperti di marketing e altre competenze professionali. La piattaforma riduce i tempi della ricerca, organizza l’incontro tra domanda e offerta e rende visibili profili, prezzi, esperienze e recensioni.
che non lasci una traccia digitale
Dall’economia lineare alla circolarità connessa.
La circular economy può sembrare, a prima vista, lontana dal mondo digitale. Il suo obiettivo principale è mantenere più a lungo il valore di prodotti, componenti e materiali, superando il modello lineare fondato sulla sequenza produzione, utilizzo e scarto. Eppure, senza informazioni, molti modelli circolari non possono funzionare. Per riparare un prodotto occorre conoscerne i componenti. Per rivenderlo bisogna certificarne l’origine e le condizioni. Per riciclarlo è necessario sapere quali materiali contiene. Per remunerare un comportamento sostenibile occorre poterlo identificare e misurare. Il passaporto digitale di prodotto rappresenta uno degli esempi più concreti di questa convergenza. Si tratta di una carta d’identità digitale destinata a raccogliere informazioni sull’origine, sui materiali, sulla riparabilità, sulle modalità di utilizzo e sul fine vita dei prodotti. Il 20 luglio 2026 la Commissione europea ha reso operativo il registro dei passaporti digitali di prodotto, insieme a un ambiente di prova per le imprese. Il sistema sarà introdotto progressivamente e il primo obbligo è previsto dal 18 febbraio 2027 per alcune tipologie di batterie. Non siamo davanti soltanto a un adempimento. Il prodotto può diventare un nuovo punto di contatto digitale con il cliente. Attraverso un qr code sarà possibile fornire istruzioni, servizi di manutenzione, informazioni sulla provenienza, opportunità di riparazione, possibilità di rivendita e programmi di ritiro. Il passaporto digitale potrebbe trasformarsi nella memoria del prodotto e della sua relazione con chi lo utilizza. È qui che la circular economy incontra direttamente il marketing. La sostenibilità smette di essere soltanto una promessa comunicata dalla marca e può diventare un’esperienza verificabile, tracciabile e, potenzialmente, premiabile. Il marketplace Subito mostra come il digitale possa sostenere la circolarità anche nei comportamenti quotidiani. Rendendo più semplice comprare e vendere prodotti usati, integrando pagamenti, spedizioni e strumenti di protezione, la piattaforma prolunga la vita dei beni e trasforma ciò che per una persona non ha più utilità in una risorsa per qualcun altro.
Dalla crescita alla sostenibilità connessa.
Il nostro sguardo va ancheoltre il riutilizzo dei materiali. La sustainable economy cerca di tenere insieme crescita economica, tutela dell’ambiente e inclusione sociale, evitando che il progresso di oggi riduca le possibilità di domani. Anche in questo caso il digitale svolge una funzione decisiva: reti intelligenti, sensori, piattaforme di monitoraggio e sistemi di analisi consentono di misurare consumi ed emissioni, gestire fonti rinnovabili distribuite e rendere visibili gli effetti delle scelte compiute da imprese e cittadini. La sostenibilità, tuttavia, non coincide con la semplice disponibilità di più dati. Richiede che quelle informazioni entrino nei processi decisionali e rendano verificabili gli impegni assunti. Il digitale può così ridurre la distanza tra dichiarazione e comportamento, permettendo di seguire nel tempo risultati ambientali e sociali. Enel costituisce un esempio italiano significativo di questa convergenza. La crescita delle energie rinnovabili, la digitalizzazione delle reti, i contatori intelligenti e le soluzioni per l’elettrificazione mostrano come la transizione energetica richieda infrastrutture fisiche e digitali capaci di lavorare insieme. In questo modello, tecnologia e sostenibilità non procedono su binari separati: la prima diventa uno strumento per rendere la seconda misurabile, accessibile e integrata nella vita quotidiana.
Dalla conoscenza alla capacità di scegliere.
Alla base di tutte queste trasformazioni rimane la knowledge economy. In un mercato nel quale tecnologie, piattaforme e modelli di business cambiano rapidamente, il vantaggio competitivo non dipende soltanto dalla disponibilità di capitale o impianti. Dipende dalla capacità di acquisire conoscenze, trasformarle in decisioni e aggiornarle continuamente. Università, centri di ricerca e imprese tecnologiche hanno un ruolo centrale, ma l’economia della conoscenza non riguarda più soltanto le organizzazioni specializzate nell’innovazione. Ogni impresa deve oggi comprendere dati, comportamenti, tecnologie e implicazioni normative. Deve sviluppare competenze capaci di collegare marketing, sistemi informativi, operation, customer service e sostenibilità. L’intelligenza artificiale rende accessibile una quantità crescente di conoscenza, ma non elimina la necessità di saper formulare le domande corrette. La tecnologia può generare alternative, sintetizzare informazioni e produrre previsioni. Rimane all’impresa la responsabilità di attribuire significato ai risultati e di scegliere quale direzione seguire. La conoscenza non coincide con il possesso di più dati. È la capacità di trasformare i dati in una decisione coerente.
Dalla transazione alla relazione.
All’interno di questo scenario, la loyalty economy assume un significato molto più ampio rispetto al tradizionale programma a punti. La loyalty contemporanea è il luogo nel quale convergono molte delle economie descritte. Utilizza i dati per conoscere il cliente, compete per la sua attenzione, propone esperienze personalizzate, facilita l’accesso a servizi offerti da partner differenti. Può creare community, riconoscere comportamenti sostenibili, collegare il mondo fisico con quello digitale e trasformare ogni interazione in una nuova occasione di relazione. Un programma fedeltà evoluto non si limita a restituire una parte del valore economico generato dagli acquisti: organizza un ecosistema. Il cliente può utilizzare la stessa identità per acquistare, pagare, prenotare, accedere a contenuti, ricevere assistenza e utilizzare servizi messi a disposizione da soggetti diversi. I punti possono diventare una valuta interna. I dati consentono di personalizzare l’esperienza. Le partnership ampliano la frequenza e le occasioni di contatto. La fedeltà non è più necessariamente rivolta a una singola marca: può svilupparsi intorno a una piattaforma capace di risolvere più esigenze della vita quotidiana modificando profondamente il ruolo dei programmi loyalty. In passato rappresentavano spesso uno strumento promozionale collocato alla fine del processo di acquisto: il cliente comprava e riceveva punti. Oggi possono occupare il centro della relazione. Riconoscono il cliente prima dell’acquisto, lo accompagnano durante l’esperienza e mantengono aperto il rapporto anche dopo la transazione. La sfida sarà evitare che questa capacità di connessione si trasformi in un eccesso di pressione commerciale. Più informazioni e più occasioni di contatto non producono automaticamente maggiore fedeltà. Possono anzi generare stanchezza, diffidenza e abbandono. La loyalty economy sarà credibile quando saprà restituire al cliente un valore proporzionato alle informazioni, al tempo e alla fiducia che gli vengono richiesti.
una parte del valore generato dagli acquisti:
organizza un ecosistema
Un esempio particolarmente significativo è Payback, programma multipartner che riunisce all’interno di un’unica piattaforma imprese appartenenti a settori diversi. Il cliente può utilizzare la stessa identità digitale per accumulare punti facendo la spesa, acquistando carburante, utilizzando servizi finanziari o effettuando acquisti online. I punti e i coupon diventano così il collegamento tra esperienze di consumo che, altrimenti, rimarrebbero separate. L’app consente di attivare offerte personalizzate, individuare i partner presenti nelle vicinanze, controllare le transazioni e utilizzare i benefici maturati all’interno della rete. Payback rappresenta quindi una forma evoluta di loyalty economy: non un programma costruito intorno a una singola marca, ma un ecosistema nel quale aziende differenti condividono una piattaforma, una valuta promozionale e una relazione continuativa con il cliente.
Una sola economia, molti modi di creare valore.
Oggi non viviamo quindi all’interno di dieci economie separate. Viviamo in un ambiente digitale che assume forme differenti a seconda della risorsa intorno alla quale viene organizzato il valore. Nella sharing economy quella risorsa è l’accesso, nella data economy è l’informazione, nell’attention economy è il tempo mentale delle persone, nell’experience economy è il coinvolgimento, nella gig economy è la disponibilità flessibile di competenze e lavoro, nella circular economy è la possibilità di prolungare la vita dei prodotti, nella sustainable economy è la capacità di conciliare crescita, ambiente e inclusione, nella knowledge economy è la capacità di apprendere e innovare, nella loyalty economy la risorsa decisiva è la relazione. Il digitale permette a tutte queste dimensioni di comunicare tra loro. Una piattaforma può raccogliere dati, proporre esperienze, facilitare la condivisione, organizzare servizi, premiare comportamenti sostenibili e coinvolgere partner differenti. Ogni economia alimenta le altre e ne modifica il funzionamento. Per le imprese non sarà quindi sufficiente aggiungere nuovi strumenti digitali ai modelli già esistenti. Occorrerà comprendere quale ruolo si desidera occupare nell’ecosistema e quale valore si è davvero in grado di restituire.
Giambattista Marzi
Dopo una carriera come manager in multinazionali, ha intrapreso il ruolo di consulente di alta direzione, sviluppando competenze strategiche nel marketing. Affianca con passione i giovani talenti in qualità di mentor, facilitando il loro ingresso nel mondo del lavoro. Esperto di loyalty, firma articoli su Promotion, approfondendo trend e best practice del settore.


